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La registrabilità del marchio di colore

20 OTT 2017

Lo Studio ha recentemente prestato la propria consulenza in relazione alla registrabilità di un marchio di colore da parte di una prestigiosa casa di moda italiana.

Possiamo fin d’ora premettere che, per quanto il legislatore europeo ne abbia astrattamente previsto la possibilità (cfr. art. 4 del Reg UE 2017/1001 del Parlamento Europeo e del Consiglio sul Marchio dell’Unione Europea), e per quanto il legislatore nazionale non l’abbia espressamente esclusa, sono molto rari i casi in cui un colore possa essere validamente registrato come marchio.

Dei tre requisiti che il marchio deve presentare all’atto della registrazione (come indicati nel Codice della Proprietà Industriale D. lgs. 30/2005 e nel Regolamento UE 2017/1001 sul marchio dell’Unione Europea), ossia la novità, la liceità e la capacità distintiva, quest’ultimo è quello più difficilmente riscontrabile nel nostro caso.

Difatti, la suscettibilità di una tonalità cromatica ad essere utilizzata quale segno distintivo in correlazione ai prodotti o ai servizi cui è associata, vale a dire quale mezzo di riconoscimento di una determinata impresa per i consumatori di riferimento (che poi è la funzione essenziale del marchio), appare fortemente discutibile, posto che dei colori si fa ampio uso in campo commerciale in ragione del loro potere attrattivo.

In questi termini si sono del resto espressi più volte i giudici europei, secondo i quali questo tipo di marchio, di regola, deve prima costituire oggetto di un uso in certo modo “qualificante”, ovvero che consenta al pubblico dei consumatori destinatari del segno di identificare l’impresa titolare attraverso la mera riproduzione dello stesso sui prodotti, o il mero uso di quello in relazione a servizi o a campagne pubblicitarie (cfr. ad esempio CGUE 06.05.2003, caso Libertel Groep BV c. Benelux-Merkenbureau, C-104/01 e 24.06.2004, caso Heidelberg Bauchemie GmbH, C-49/02). Le eccezioni a questo orientamento si danno solo in presenza di un mercato altamente specifico e ove il novero dei prodotti e/o servizi sia fortemente limitato.

Un caso particolare di marchio di colore a cui è stata riconosciuta una certa tutela dall’ordinamento italiano è, per fare un esempio noto, il c.d. “Rosso Ferrari” , che però, a ben vedere, non si sottrae ai ragionamenti fin qui sviluppati, giacché si tratta di un’ipotesi in cui è proprio la lunga durata dell’uso su vasta scala del colore da parte della casa di produzione, accompagnata da importanti investimenti pubblicitari, ad aver infine assicurato un’immediata riconoscibilità del segno presso il pubblico di consumatori del prodotto o dei prodotti di riferimento. 

Un altro argomento abitualmente invocato dalla Corte europea è che accordare ad un imprenditore la registrazione di un marchio di colore si tradurrebbe in un’indebita restrizione della disponibilità dei colori a danno dei concorrenti dello stesso settore, e quindi in una violazione dei principi della concorrenza, la quale diventa intollerabile in un mercato, qual è quello europeo, in cui tali principi rivestono una funzione fondamentale.

In conclusione, per quanto in astratto sia prevista la registrabilità di una tonalità cromatica come marchio, il quadro normativo e giurisprudenziale non lascia ampi margini, a meno che il segno stesso non riesca ad assolvere alla sua precipua funzione distintiva in virtù di un uso precedente alla domanda di registrazione, che abbia radicato nei consumatori target, con il tempo, la convinzione che quel segno contraddistingua in maniera inequivocabile i prodotti e/o i servizi di un’impresa specifica.

 

Informazioni, richieste e commenti a: cristian.lorenzin@studiodepoli.it e marco.agami@studiodepoli.it