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Prescrizione dei crediti lavorativi per differenze retributive, conseguenti al riconoscimento dello svolgimento di mansioni dirigenziali

21 DEC 2009

È noto che il prestatore di lavoro che sia adibito a mansioni superiori rispetto a quelle corrispondenti al suo inquadramento, ha diritto al trattamento economico corrispondente all'attività svolta oltre che, a certe condizioni, al definitivo riconoscimento della qualifica superiore. È altresì pacifico che i diritti di credito dei lavoratori subordinati sono soggetti a prescrizione ed in particolare, il diritto alla retribuzione è soggetto alla prescrizione breve quinquennale.

Si è posto il problema di quale sia il regime di questa prescrizione ed in particolare se essa, che secondo la regola generale inizia a decorrere dal momento di maturazione del diritto, sia o meno sospeso in pendenza del rapporto di lavoro.

A seguito della notissime pronunce della Corte Costituzionale del 1966 e del 1972 e dei successivi interventi chiarificatori della Corte di Cassazione, può ormai considerarsi jus receptum che il termine di prescrizione sia sospeso durante la permanenza del rapporto di lavoro solamente nel caso in cui il rapporto non sia assistito dalla c.d. stabilità reale ovvero dalla garanzia della riassunzione nel posto di lavoro in caso di licenziamento illegittimo. Solamente in tale ultimo caso può dirsi, infatti, escluso il timore di licenziamento per ritorsione e, quindi, effettiva la possibilità per il prestatore di lavoro di far valere i propri diritti nei confronti del datore di lavoro.

Se questi principi sono ormai consolidati, notevoli dubbi interpretativi solleva il caso del prestatore di lavoro subordinato che, sull'assunto di aver svolto mansioni dirigenziali, voglia far valere il diritto alla maggior retribuzione; in tale ipotesi, in effetti, appare incerto se applicare il regime della prescrizione previsto per i rapporti di lavoro subordinato, facendo prevalere il dato formale dell'inquadramento, e ritenerla di conseguenza non sospesa durante la decorrenza del rapporto di lavoro; oppure se ritenere applicabile il regime previsto per il rapporto dirigenziale, facendo prevalere il dato sostanziale delle mansioni concretamente svolte, con la conseguenza di dover ritenere sospeso il termine di prescrizione durante tutta la durata del rapporto di lavoro. Il rapporto di lavoro dei dirigenti, infatti, non è assoggettato alle norme limitative dei licenziamenti previste per i lavoratori dipendenti subordinati e si caratterizza, invece, per la possibilità di libero recesso del datore di lavoro.

Il dubbio interpretativo discende dal fatto che, nel caso proposto, il prestatore di lavoro, inquadrato come dipendente subordinato, beneficia della stabilità reale, ma in caso di successo dell'azione tesa al riconoscimento della qualifica dirigenziale si troverebbe invece esposto al rischio di un irreparabile licenziamento arbitrario.

La soluzione preferibile - fatta propria anche dalla giurisprudenza di legittimità negli unici due precedenti rinvenuti - è che debba essere fatto prevalere il rapporto reale rispetto a quello formale: la sussistenza del regime di stabilità del rapporto di lavoro, da cui dipende la sospensione o meno della decorrenza della prescrizione dei crediti di lavoro, deve pertanto essere verificata con riferimento alla disciplina che si sarebbe applicata al prestatore di lavoro se gli fosse stata riconosciuta la qualifica corrispondente alle mansioni in concreto svolte e non a quella illegittimamente applicata dal datore di lavoro.

Ne consegue che, accertato il diritto del dipendente all'inquadramento nella categoria dei dirigenti, il cui rapporto si caratterizza per l'assenza di stabilità, la decorrenza della prescrizione quinquennale per i crediti relativi alle differenze retributive deve ritenersi sospesa durante tutta la durata del rapporto di lavoro, non rilevando a tal fine la circostanza che il dipendente sia rimasto di fatto inquadrato nella categoria impiegatizia (nei cui confronti opera il regime di stabilità). L.V.